lunedì, 18 febbraio 2008

Mauro Ventura

LA SINDROME PERFETTA

Quando Camilla gli disse  che ormai lo amava troppo e che sentiva di non poter più fare a meno di lui e che quindi lo lasciava (ricordava benissimo che aveva detto  proprio: “quindi”), Lorenzo sentì di doverle rispondere in maniera adeguata. “Tu mi abbandoni, ed è come se perdessi una parte di me. Non è la solo la fine di un amore: è un’amputazione.”

Per dare più forza a quell’interpretazione, non del tutto insincera, si afferrò il braccio sinistro, lasciandolo penzolare abbandonato. Camilla gli si avvicinò, lo baciò due volte sulle guance e gli disse, in tono comprensivo, “Hai ragione, è meglio per tutti e due”. Poi si allontanò, con la sua falcata agile, che faceva risaltare, sotto la gonna di seta cruda, le gambe lunghe e nervose.

Lorenzo rimase a tenersi il gomito, con l’aria smarrita, e una fitta sorda nel petto.

 

Quello con Camilla era stato l’unico legame importante che avesse avuto fino a quel momento. Anzi, a dirla tutta, era stata forse l’unica storia in assoluto, se si eccettuano i saltuari innamoramenti, mai confessati alle destinatarie, che lo impegnavano ciclicamente per qualche settimana di turbamenti solitari, senza mai approdare a concreti sviluppi relazionali.

Lorenzo tornò a casa e si mise a letto, nonostante fossero ancora le sei del pomeriggio. “Un buon sonno non può che farmi bene” si disse “domani starò meglio”.

 

Al risveglio il senso di tristezza non era passato. Si alzò dal letto svogliatamente, si diresse in cucina e iniziò a prepararsi la colazione. Riempì d’acqua la moka, inserì il filtro e lo colmò di caffè, poi prese la parte superiore e fece per avvitare i due pezzi. Sentì il metallo freddo e spigoloso nella destra, che si adattò plasticamente alla forma della caffettiera, cercando di avviare un mezzo giro in senso orario. Un rumore improvviso lo costrinse a guardare in basso: la sinistra era vuota e il bricco era caduto in terra, rimbalzando sonoramente e spargendo intorno acqua e polvere marrone. Si abbassò per raccoglierlo: protese il braccio, aprì le dita e le richiuse sulla cuccuma. Si accorse sgomento che al gesto non corrispondeva nessuna sensazione tattile. Ebbe la sensazione di osservare il corpo di un altro, una mano aliena che obbediva ai suoi comandi, ma non gli apparteneva. Era spaventato, si massaggiò vigorosamente, ma i polpastrelli seguitavano a rimandargli la stessa sensazione inquietante. Non era l’intorpidimento con cui a volte si svegliava, dopo una notte scomoda, non c’era quel fastidioso formicolio, quelle punture dolorose del sangue che ricominciava a fluire, non sentiva assolutamente nulla.

“Devo stare calmo” si disse, sedendosi e respirando profondamente. Guardò la sua mano sinistra, che aveva poggiato sul tavolo. Le ordinò di alzare ed abbassare le dita in successione, tamburellando, poi di afferrare il cucchiaino, con precisione. Veloce e accurata, obbedì diligentemente. Lorenzo chiuse gli occhi, e la mano scomparve dal suo controllo. Quando li riaprì il cucchiaino era ancora nella pinza di indice e pollice.

Si vestì in fretta, per quanto gli consentiva la sua nuova condizione, e andò al pronto soccorso.

Il medico lesse il cartellino del triage e non lo fece nemmeno sedere: “Niente di grave, non si preoccupi. È uno stiramento del plesso brachiale. È chiamata sindrome del sabato sera: uno esagera con l’alcol, rimane abbracciato alla fidanzata tenendo il gomito sollevato... e si ritrova paralizzato. Ma poi passa.”

“Ma io non sono paralizzato: la muovo benissimo! È che non la sento.”

“Effettivamente questo è strano: una compromissione esclusivamente sensitiva non è descritta...” il medico non si perse d’animo: “Potrebbe essere un problema cervicale! Uno schiacciamento delle radici posteriori e zac! Non sente più niente: sfioramento, pressione, niente. Solo calore e dolore.”

“Ma io non sento nemmeno quello: è come se non l’avessi proprio, la mano.” Il dottore lo guardò con malcelata irritazione e tagliò corto “Va beh, comunque prenda questo e vedrà che domani è tutto passato.” Scarabocchiò un nome sul ricettario e aprì la porta dello studio per far entrare il paziente successivo.

Lorenzo comprò la medicina, ingoiò le compresse una ogni sei ore, per tre volte, poi andò a letto senza grandi aspettative.

Quando si svegliò, il mattino seguente, constatò che l’anestesia si era estesa fino alla spalla. Cercò di mantenere la calma: si alzò, andò in bagno e si lavò alla meglio, constatando quanto era disabituato a guardare ciò che faceva d’abitudine. Ora che le sue condizioni lo costringevano a governare con la vista ogni movimento del suo braccio sinistro si rendeva conto di quanto ciò fosse insolito. E imbarazzante, in certi casi... come ad esempio durante le pratiche per lo svuotamento mattutino della vescica, che lo obbligarono a coordinare visivamente il lavoro delle due mani per districare dai panni sovrapposti la protuberanza genitale. Fino a pochi giorni prima neanche ci avrebbe fatto caso, sbrigando ad occhi chiusi quella procedura quotidiana. Fra l’altro, mentre il liquido giallo zampillava nel vaso, facendone tintinnare la porcellana, Lorenzo socchiuse le palpebre, affidando all’udito il controllo dell’azione. E per un momento, la sensazione discordante dell’avvertirsi sfiorato in parti così sensibili, senza riconoscersi autore del palpeggiamento, gli procurò un turbamento subliminale e, più prosaicamente, una inaspettata erezione.

“Devo mantenere la calma” si disse cercando di ricomporre contemporaneamente gli abiti e i suoi contraddittori stati d’animo, “devo mantenere la calma”.

Si vestì, constatando stupito come stesse apprendendo facilmente a riorganizzarsi. Poi pensò al da farsi. Tornare al pronto soccorso non gli sembrava utile “E se trovo lo stesso sprovveduto di ieri? E se ne trovo un altro, a cui raccontare daccapo la stranezza del mio stato?” Si sentiva disorientato, aveva bisogno di un consiglio, ma a chi chiederlo? Attivò una rapida consultazione mentale dei suoi amici maschi, rilevando come la lista, più che scarna, fosse desolatamente vuota. L’ultimo che aveva frequentato con qualche assiduità era Giovanni, ma l’incontro più recente con lui risaliva ormai a quasi cinque mesi prima: cinema e pizza, un giovedì sera. Di amiche non era neanche il caso di parlare. Il pensiero gli andò a Camilla, e si accorse in quel momento del velo di tristezza, leggero, ma avvolgente, che lo circondava come un’ombra nera, dal giorno della separazione. Ebbe l’istantanea rivelazione della portata di quel dolore, sotterraneo e pervasivo, che lo opprimeva più della sua inspiegabile anestesia.

Quelle penose riflessioni gli occuparono la mente a lungo, impedendogli di prendere decisioni operative. Rimase seduto sulla sponda del letto fin quasi all’ora di pranzo. Poi si scosse.

“Devo cercare uno specialista!” pensò “Un neurologo, un neuropsichiatra, ma uno bravo. Su Internet si trova tutto”. Soddisfatto della decisione si alzò in piedi, per raggiungere il computer, e avvertì una strana sensazione (ma sarebbe più giusto dire “assenza di sensazione”) ai talloni.

Accese il portatile, aspettando impaziente che si collegasse alla rete, quindi digitò nella casella di dialogo le parole “neurologo + Abbiategrasso”, la città dove viveva. Il motore di ricerca gli aprì una colonna di risultati, che contenevano le parole-chiave. Lorenzo, del tutto estraneo all’ambiente sanitario,  scelse i link più affidabili sulla base di considerazioni strettamente personali: scartò le descrizioni dove comparisse, anche marginalmente il termine “giovane” (“mi serve qualcuno esperto, altro che giovane”), i cognomi di origine meridionale (“se fosse davvero bravo avrebbe fatto fortuna al suo paese”), o quelli troppo banali (il dottor Luigi Ricci fu saltato a piè pari). Alla fine il puntatore si fermò sul Professor Anchise Cavalli Palazzi, studio privato in Corso d’Italia 15. Fu felice di poter avere un appuntamento con il luminare il giorno stesso, nel pomeriggio. La segretaria lo accolse all’ingresso premurosa e lo fece accomodare in una sala d’attesa deserta. “Che strano” pensò Lorenzo “sarà per la privacy”. Venne chiamato quasi immediatamente e venne accompagnato a varcare la soglia dello studio. Il professore lo aspettava in piedi, sorridente. Era proprio come avrebbe voluto: età sui sessantacinque, esperto, ma con la mente non ancora appannata dagli anni, corporatura imponente e rassicurante, con una gran barba brizzolata e i baffi folti, sotto ai quali spiccavano le labbra carnose, vestito in modo accurato ed elegante, ma sobrio. Tutto contribuiva a conferirgli un’aura di affidabilità. Non come il dottorino del pronto soccorso...

“La prego, si accomodi” esordì il luminare tendendogli la mano. Lorenzo gli porse la sua “Lorenzo Bussotti” “Cavalli Palazzi, molto piacere”.

Esauriti i convenevoli il medico prese posto dietro la sua scrivania e iniziò ad interrogarlo “La segretaria mi parla di una ... anestesia, può dirmi qualcosa di più?”

“Non sento nulla, alla mano. Voglio dire, anzi al braccio, da stamattina si è estesa al braccio. È come se non l’avessi”

“Piano, piano, con le conclusioni, quelle le lasci a me. Piuttosto: da quando è iniziata?”

“Ieri, è iniziata ieri, al risveglio, poi oggi è peggiorata”

“Le ho già detto di non tirare conclusioni affrettate: quello che a lei può sembrare un peggioramento, magari è il normale decorso clinico, che ci avvicina alla guarigione” Lorenzo si sentì rinfrancato da quelle parole e si rallegrò di aver scelto Cavalli Palazzi.

“Volevo dire: oggi si è aggiunta la spalla. E a dirla tutta, ho anche una strana sensibilità ai calcagni”

“Bene!” esclamò il professore “la cosa peggiore è la stabilità. E mi dica: ricorda di aver fatto qualcosa di particolare, prima che la sintomatologia si manifestasse?”

“No, mi sembra di no, nulla che ricordi... almeno, niente di significativo”

“Senza offesa, signor Bussotti, se qualcosa è significativo sono io a deciderlo: lei si limiti a riferirmi tutto quello che le chiedo” il tono paternalistico di quel lieve rimprovero confermò a Lorenzo di essere capitato nelle mani giuste.

“Beh, ecco, non so se è importante, il giorno precedente mi sono lasciato con la mia fidanzata”

“Vi siete lasciati o è stata lei a lasciarla?”

“È importante?” avrebbe voluto chiedere Lorenzo, ma lo sguardo severo del medico lo frenò. “Mi ha lasciato lei, ma perché mi amava troppo”. Mentre ripeteva al professore la frase di Camilla, Lorenzo ne assaporò ancora di più l’incongruenza e, iniziò a temere, l’ipocrisia.

“Bene, bene, shock emotivo: patologia da conversione! Accusa altri sintomi?”

“No, solo questo. Solo l’anestesia”

“Ci risiamo, amico mio, lei non vuole capire: come fa a saperlo? Cose che a lei possono sembrare normali, magari fanno parte di un unicum, sono legate insieme in un corteo sindromico.”

Lorenzo era senza parole, e si accontentò di un’espressione di circostanza.

“Vedo che comincia a capire” lo blandì Cavalli Palazzi “ora si spogli e vada a sdraiarsi su quel lettino”

Lorenzo si tolse gli abiti dietro un paravento verdolino, lasciandoli piegati sulla spalliera di una seggiola metallica, poi si distese. Aveva freddo in quasi tutto il corpo. Chissà perché, in un momento di comprensibile apprensione, pensò che se l’anestesia avesse conquistato ancora terreno avrebbe potuto fare a meno dei riscaldamenti...

Il dottore si avvicino, brandendo il classico martelletto da esame neurologico, Lorenzo lo vide svitare il fondo del manico ed estrarne un arnese a due punte: una sembrava una sorta di pennellino bianco, l’altra era metallica ed acuminata. Cominciò a preoccuparsi.

“Mi dica se sente pungere o sfiorare” lo avvisò il medico, poi, coprendosi alla vista del paziente, iniziò a percorrerne con la mano il corpo nudo.

“Sfiorare, sfiorare, pungere! sfiorare, pungere! sfiorare, sfiorare”

“E ora?”

“Ora niente?”

“Sicuro?” Lorenzo aveva qualche ritegno ad affermare di essere sicuro, visti i precedenti rimproveri del dottore “Credo di sì”

“Credo, credo, o sente o non sente”

“Non sento”

“Bene. La sua zona anestetizzata va esattamente da qui” tracciò una linea intorno alla scapola sinistra, poi passò a lato del collo e riscese verso l’ascella “a qui”

“ E poi ancora da qui a qui” e fece un giro con il martelletto intorno al polpaccio, appena sotto al ginocchio.

“E anche dall’altra parte.”

“Allora è aumentata ancora” considerò Lorenzo e si rivolse al medico “Che cos’ho?”

“Lei ha una forma assolutamente insolita di anestesia tattile-termica-dolorifica disseminata. Il quadro sintomatologico, per la rapidità dell’insorgenza e della progressione non combacia con le sindromi vascolari o neurologiche classiche, sia centrali che periferiche. Propenderei quindi per una forma idiopatica”

“Cioè?”

“Cioè, caro amico, non lo so. Non ho mai visto niente del genere”

“E... è grave?”

“Questo potremo dirlo soltanto osservandone il decorso. Per cui le consiglio di tornare a farsi controllare fra...  diciamo... quindici giorni. Se non ci sono complicazioni”

“Che tipo di complicazioni?” chiese Lorenzo, ora decisamente spaventato.

“Chi può dirlo, caro amico? Dietro un miglioramento può celarsi l’inizio di una caduta, chi può dirlo? Ora si rivesta, la temperatura è un po’ bassa e non vorrei rischiare una paresi a frigore

Lorenzo infilò i pantaloni, rimboccò la camicia e calzò le scarpe. Poi, rivolgendosi al professore lo ringraziò, confuso, e si diresse verso il banco della segretaria, per versare l’onorario.

“Tre”

“Tre?” chiese Lorenzo sinceramente stupito

“Tre – cento” aggiunse la segretaria infastidita dalla richiesta di toccare esplicitamente l’argomento.

“Posso pagare in assegni?” chiese lui, che non aveva immaginato di aver bisogno di tutto quel contante.

“Veramente il professore preferisce di no. Non ha il bancomat?”

Lorenzo estrasse il carta plastificata e gliela porse. La donna la fece scorrere nella fessura dell’apparecchio e gliela riconsegnò. Dopo pochi secondi la macchinetta prese a vibrare e sputò fuori le ricevute.

“Ecco, questa è per lei”

Lorenzo la ripiegò mestamente nel portafoglio. Non ebbe il coraggio di chiedere la fattura, l’ambiente austero lo intimidiva. Oltrepassando il portone del palazzo si rese conto di avere chiare tre cose: 1) il luminare non aveva capito nulla del suo problema; 2) lui non sarebbe tornato a farsi controllare, sborsando a vuoto altri trecento euro; 3) la sala d’attesa non era vuota per ragioni di privacy.

Si incamminò verso casa. Su una cosa il professor Cavalli Palazzi aveva avuto ragione: l’anestesia si era ulteriormente estesa, nello spazio di poche ore. Ora le ginocchia non facevano più parte del suo consapevole schema corporeo. Doveva controllare con gli occhi ogni alternanza di passo: oscillazione, appoggio di tallone, scivolamento sulla punta e via, passo successivo: oscillazione, tallone, punta, oscillazione, tallone punta, oscillazione, tallone, punta... Senza dimenticare il movimento pendolare delle braccia: il destro andava da sé, ma il sinistro aveva bisogno di essere seguito con lo sguardo, distolto a tratti dall’osservare la deambulazione. Si sentiva profondamente triste... se Camilla lo avesse visto, dirigere quell’andatura grottesca, come fosse il burattinaio di se stesso.

Il pensiero di Camilla, se non altro, lo distolse dal considerare la sua anomala invalidità, superata di nuovo dall’avvilimento per quel rapporto interrotto. Soffriva, senza di lei. Per essere stato lasciato, per essere stato ingannato, per ritrovarsi solo. Per di più adesso, che avrebbe avuto bisogno di qualcuno che lo sostenesse...

Dopo un ragionevole tratto di allenamento, sentì che la sua andatura andava facendosi più sciolta. Imparava bene, e in fretta. Non era mai stato uno portato per l’attività sportiva, per gli esercizi di coordinazione, eppure stava fronteggiando egregiamente quella bizzarra difficoltà. La scoperta di quelle sue inattese qualità gli mise appetito, e accelerò il passo.

Arrivò a casa, infilò la mano nella tasca del soprabito, per cercare le chiavi. Non le trovava. Esplorò ancora, senza successo. Non sentiva il contatto freddo del metallo, il contorno rugoso della dentellatura, il profilo incerto della catenina portachiavi. In realtà non sentiva nulla. Estrasse la destra e la guardò: l’aspetto era quello solito. La portò alla bocca e la morse: niente. La guardò ancora: il semicerchio dell’arcata dentaria aveva lasciato un’impronta profonda sull’indice. Verso la metà, in corrispondenza del secondo incisivo, una minuscola stilla rossa si affacciava sull’epidermide. Lo sconforto prevalse sullo spavento. Si tolse il cappotto, rivoltò la saccoccia e ne fece cadere il mazzo di chiavi. Afferrò quella giusta ed aprì la porta. Non aveva più fame. Accese la luce, si osservò distendersi sul letto, poi spense l’interruttore. Che gli sarebbe successo? Gli tornavano alla mente le parole di Cavalli Palazzi: “Salvo complicazioni”. Quali? Poteva muoversi ancora guardando il suo corpo, ma se l’anestesia si fosse estesa agli organi interni? Ai polmoni? Come avrebbe potuto controllarli con gli occhi? Gli sembrò di respirare a fatica, ma era soltanto suggestione. Aveva bisogno di aiuto, di qualcuno che lo aiutasse. Soprattutto, aveva bisogno di Camilla.

Pensò a lei, ai suoi baci, ai loro momenti di intimità, a quando facevano l’amore. Non era successo spesso. Anzi era successo due sole volte. Pensò all’ultima, il ricordo era più vivido. Ebbe la prova che l’anestesia non era ancora completa, e che procedeva a partire dalla periferia, risparmiando, per il momento, le parti mediali. Accese l’abat-jour, portò entrambe le mani sui pantaloni e fece scorrere la lampo. Inserì la destra nell’apertura della stoffa e afferrò quella sua parte ancora eccitabile. Guardò la sua mano muoversi ritmicamente, le ordinò di ripetere ad libitum e chiuse gli occhi.

Si addormentò inavvertitamente, e sognò di lei. Nel sonno, le immagini avevano il sapore dolciastro del ricordo, il retrogusto amaro del rimpianto, e un sentore aromatico, piccante quasi, che  lo stimolava a perseverare, a non svegliarsi.

La radio sveglia, lasciata maldestramente innescata, attaccò con il suo bip acuto alle otto e trenta e vinse i suoi disperati tentativi di resistenza.

Lorenzo rimase immobile, con gli occhi chiusi. Voleva rimandare il confronto con le sue sensazioni, che fra poco gli avrebbero comunicato inesorabilmente lo stato della sua malattia. Attese ancora qualche minuto, poi alzò la testa, sollevò le palpebre, e guardò il suo corpo allungato sul letto. Le richiuse e il corpo svanì, lasciando isole di percezione lungo l’asse centrale: l’addome, i glutei, due piccole porzioni sopra le cosce, ed un’altra fra le scapole. E il pene.

“Fino a quando?” si chiese Lorenzo, e si stupì subito dopo della sua irrazionalità.

Si alzò, impegnandosi in nuovi equilibrismi, che superò brillantemente, e andò a prepararsi la colazione. Si rammentò di quando, appena due giorni prima, gli era caduta la caffettiera: sembravano passati secoli. La sua vita era cambiata in un modo che non sarebbe stato possibile prevedere. Non c’era più nulla, ora, che fosse rimasto uguale a prima. Tranne il dolore per Camilla. Era incredibile come si sentisse oppresso dal ricordo di lei. Seguitava a sentire le parole con cui lo congedava, a vedere le sue gambe, i suoi fianchi, che si allontanavano. E quella fitta, sorda, che lo tormentava. Non aveva dunque speranza? Doveva rassegnarsi ad averla persa, così come si stava rassegnando a perdere la sensibilità? Non ricordava di essere mai stato tanto triste come in quel momento, e senza prospettive credibili di poter modificare la sua situazione. Oltre tutto, per quanto ne sapeva, avrebbe potuto anche morire, se la progressione dei sintomi non si fosse arrestata.

Passò la giornata dividendosi fra angoscia e depressione, fra la paura di una morte improvvisa e la frustrazione per la sua vita insulsa. Non mangiò nulla, non si spostò dalla sedia della cucina, seguitando a fissare la tazza del caffè, fin quando non smise di fumare, la schiuma si dissolse, e il colore passò dal nero acceso al marrone chiaro. Guardò l’orologio: erano le due del pomeriggio. Poggiò i palmi delle mani sulle cosce, per fare leva ed alzarsi e si accorse di non sentire la pressione. Guardò i gomiti, li estese e si sollevò. Andò in camera, tornò a stendersi sul letto e fece scorrere le mani dal petto verso il basso, passando sull’addome. La sensibilità era quasi scomparsa. Allarmato, portò le mani più in basso, all’inguine: nulla. Qualcosa di salato gli scivolò in bocca, senza che Lorenzo ne avesse avvertito lo scorrere sulle guance. Stava piangendo. Cercò di chiudere gli occhi ma non ci riuscì, seguitava a vedere il soffitto sopra di lui. Si guardò le mani, le avvicinò al viso, fino alle palpebre, poi le fece scivolare lungo il volto, e finalmente ottenne il soffitto scomparve. Provò con tutte le sue forze ad addormentarsi, e infine ce la fece.

Se fosse stato cosciente, avrebbe potuto vedere il suo corpo muoversi, agitarsi, come da sveglio non gli riusciva più.

Durante la notte il processo si concluse. Quando si svegliò, il mattino seguente, era consapevole solo il collo e la testa erano sotto il suo controllo propriocettivo. Poteva conoscere la posizione del capo senza necessità di guardarsi allo specchio. Anche se non poteva immaginare l’espressione della faccia. Facendo appello a tutte le sue capacità di adattamento e di apprendimento prese sotto controllo visivo tutte le sue membra, progressivamente. Si alzò dal letto e si sentì inaspettatamente pervaso da una energia positiva. Era vivo, in fin dei conti. Non poteva dire di sentirsi bene, ma certamente non stava male. Non provava dolore. Non dolore fisico, almeno. Non quel tipo di dolore. E in realtà non sentiva neanche tristezza. Non se ne spiegava la ragione, ma era così. Pensò deliberatamente a Camilla, per mettersi alla prova. Il ricordo era ancora estremamente vivido, ma non gli procurava alcuna emozione. Era tranquillo e, forse per la prima volta in vita sua, in pace con se stesso. Guardò le costole dilatarsi e richiudersi, senza bisogno del suo controllo. Dentro il suo petto, probabilmente, il cuore batteva, anche se la mano poggiata sul torace non riusciva a percepirne le contrazioni. Se si fosse guardato allo specchio avrebbe visto i lineamenti distendersi, fino ad assumere un’espressione di serena impassibilità. Si rese conto di mancare dall’ufficio già da tre giorni e decise che avrebbe dovuto sbrigarsi se non voleva far tardi al lavoro.

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categoria:amore, dolore, , psicopatologia
mercoledì, 14 febbraio 2007
a voi, gentile e raro pubblico, l'incipit di un mio racconto che da mesi lotta per venire alla luce...










“Toes are overestimated”

(Michael Scofield - Prison Break, season one)






A qualcuno e’ capitato di ritrovarsi i capelli bianchi dopo un forte spavento. Un attimo di puro terrore e… pam! Il colore e’ andato per sempre.

A Francesca era accaduto qualcosa di simile, solo che non era stata la pigmentazione a scomparire.



La lezione di yoga era stata annullata senza preavviso e Francesca aveva deciso di sfruttare quel tempo per lavare la macchina. Sulla via dell’autolavaggio pero’ aveva incrociato il suo Luca con un’altra ragazza.

La Fiesta era rimasta sporca.

Era stata costretta a parcheggiare perche’ la sua mano sinistra continuava a mettere e togliere una ciocca di capelli dietro l’orecchio, mentre la destra abbandonava di continuo il cambio per salire a strattonare la catenina, diventata un cappio.

Francesca cercava di ragionare ma il cervello le si inceppava sempre allo stesso punto: “era proprio lui… la baciava… bugiardo maledetto!… era proprio lui… la baciava… bugiardo maledetto!… era proprio lui…”. Agitata, confusa, non badava ai segnali del suo corpo. Aveva dato libero sfogo a un gorgoglio nella pancia, scoprendo con disgusto che non era aria ma una scarica diarroica. Umiliata dalla propria incontinenza si era precipitata a casa bruciando i semafori.



Dopo la doccia si era messa a letto rassegnata all’insonnia. La pancia borbottava ancora e nonostante la coperta di pile aveva i brividi. All’improvviso aveva formulato un pensiero preciso e bizzarro: era a casa sua, nel suo letto. Al sicuro. Una sensazione di tepore l’aveva invasa a poco a poco trascinandola nel sonno.

Francesca non l’avrebbe mai ricordato chiaramente, ma quel tepore era partito da un punto sotto il seno sinistro.



La mattina seguente era stupita di sentirsi bene. Aveva fatto colazione con buon appetito mentre radunava in una scatola le poche cose che Luca teneva da lei per lasciarle al portinaio.

Piu’ tardi lui le aveva telefonato e lei gli aveva detto che sapeva di quell’altra, quindi non aveva piu’ intenzione di vederlo.

Non aveva alzato la voce. Non aveva pianto. Non aveva chiesto spiegazioni. Non aveva fatto nessuna delle cose che ci si sarebbe aspettati, le sembravano tutte assurde. Si sentiva serena, doveva guastarsi quello stato solo perche’ contrario al copione della cornuta? Stava una favola. Certo, se solo avesse smesso di fare cosi’ caldo… che diamine, indossava solo un top di cotone e continuava a sudare…



Due settimane dopo Francesca aveva preso appuntamento col medico: a furia di sbigottire la gente con la sua reazione posata al tradimento di Luca le era venuto il dubbio che ci fosse qualcosa di sbagliato. Magari uno scompenso chimico. Magari un tumore fulminante al cervello, di quelli che ti fanno fare o dire cose strane… si’, magari un male incurabile si era mangiato il suo rancore e presto avrebbe sgranocchiato anche le sue cellule. Pero’ lei stava bene: dormiva, mangiava, andava di corpo normalmente (niente piu’ diarrea, per fortuna!), sicuramente non aveva nulla! Era tutto come al solito…



- …tranne che sei piu’ imperturbabile di un monaco zen e porti le camicie sbottonate fino all’ombelico, aveva detto Sara.

- Ho un caldo atroce, che posso farci? per leggera che mi vesta mi sento sempre andare a fuoco! aveva ribattuto Francesca.
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categoria:racconto
domenica, 10 dicembre 2006
Il 170 era semivuoto a quell'ora. Scelse un posto in fondo, vicino al finestrino, dalla parte dell'autista, abbassò la testa e fece finta di dormire.
C'è una differenza fra una autobus pieno ed uno vuoto: in quello pieno è più facile essere invisibili. Mescolato ai passeggeri che parlano a due a due o che cercano di darsi reciprocamente le spalle nessuno ti nota. Nessuno fa caso a come sei vestito, alla tua faccia, ai tuoi pensieri.
Ma se l'autobus è vuoto, quasi vuoto voglio dire, allora è dura. Sembra che le poche persone non possano fare a meno di cercarsi con gli occhi, di scrutarsi, di provare ad indovinare i particolari più nascosti l'una dell'altra. Certo, non in modo aperto: di sottecchi, facendo finta di niente, approfittando del momento in cui uno è distratto per piazzargli uno sguardo ai raggi X che ti fa indovinare vitamorteemiracoli. E poi via, distogliere gli occhi, con l'aria di chi ha altro a cui pensare.
E a lui questo non andava a genio, per questo cercava di sedersi in un posto defilato, dove gli altri non potessero guardarlo senza passare per sfacciati. Neanche l'autista arrivava a guardarlo lì dietro, neanche con lo specchietto, che sembra che lo usino solo per vedere chi scende e chi sale, se qualcuno rimane a metà sul gradino, e invece se la divertono a squadrare i passeggeri ignari.
Lui si piazzava lì, abbassava la testa come se dormisse. Era lungo il viaggio, più di un'ora quando c'era il traffico. Il percorso lo conosceva ad occhi chiusi ormai. E poi lui doveva scendere al capolinea, non c'era pericolo che saltasse la fermata.
Quando la tipa salì lui lo capì subito che era una tosta. Una che non si lasciava smontare dal fatto che stai dormendo. Anzi: approfitta che non puoi alzare la testa per esaminare ogni centimetro quadrato. Dai capelli alle scarpe. Magari cerca pure una scusa per attaccare discorso.
La tipa gli si avvicinò, se ne accorse dal rumore dei passi sul corridoietto fra i sedili. Erano passi lenti, leggeri, secchi, come di chi porta i tacchi. Ad occhi chiusi cominciò ad immaginarsele quelle gambe di donna (era una donna, non c'era dubbio, con quel profumo addosso, un po' forte forse, ma piacevole). E si sorprese di se stesso, di come bastasse un paio di gambe (di belle gambe, bisognava ammetterlo) per incrinare quel muro che si era costruito intorno. E continuò ad immaginare i fianchi, il seno, il viso, i capelli, mentre i passi erano ormai arrivati al suo sedile. Con tutti i posti che c'erano era impossibile che fosse un caso: stava cercando lui. Ora si sarebbe avvicinata, gli avrebbe chiesto se poteva sedersi al posto accanto al suo e poi con un sorrisetto avrebbe iniziato a parlare. Una parola tira l'altra, si sa, e da cosa nasce cosa, e in fondo in fondo oramai si accorgeva che non gli dispiaceva per niente, anzi. Bastava resistere ancora un poco ad occhi chiusi, far finta di dormire, e sarebbe successo. Poteva percepire addirittura lo spostamento d'aria del corpo che si avvicinava a lui e l'ondata più forte di profumo che gli arrivava alle narici. Dentro al suo corpo immobile sul sedile il cuore impazziva, i muscoli erano tesi: ecco, stava per succedere, ora l'avrebbe chiamato.
"Scusi, signore…" sollevò la testa e la vide, più bella di come l'aveva percepita con il suo sesto senso da vecchio passeggero. Le lanciò il più bel sorriso che avesse mai sfoderato da diverso tempo, un sorriso aperto, infranto, disarmato. Lei rimase colpita, turbata quasi, e gli disse "…per favore, favorisca il biglietto".
Mentre la mano con un gesto automatico porgeva il tagliandino di carta poté sfiorare per un attimo la pelle di lei. Sentì un brivido, riabbassò la testa, come per dormire. E pianse di gioia.
 
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categoria:autobus
venerdì, 01 dicembre 2006
“Il campo di calcio, lo svincolo dell’autostrada, il benzinaio …quarant’anni fa non c’era niente. Erano tutti vigneti del Barone.”
Quando parlava di lui, nella voce di mio padre si avvertiva ancora l’eco di una soggezione antica.
Per lui e per i vecchi del paese, Cataldo Gifuni di Rocca Paupìsi era, da sempre, il Barone.
I suoi terreni circondavano l’abitato. Una distesa verde di viti, interrotta soltanto dalla masseria, dove Zu Gianni viveva e lavorava con tutta la famiglia.
Nel periodo della vendemmia, fra Agosto e Settembre, arruolava squadre di braccianti, che sudavano dodici ore al giorno fra i filari, per pochi soldi, più il vitto a mezzodì.
Quando la campana della masseria batteva le dodici i lavoranti si fermavano, raccogliendosi a gruppetti di cinque o sei sotto l’ombra degli ulivi, al margine del vigneto. Le donne passavano con vassoi e fiaschi, dispensando pane, pomodori e olive. E vino allungato con l’acqua, perché i braccianti si mantenessero ben pronti a riprendere il lavoro.
Al termine della vendemmia Zu Gianni licenziava gli stagionali e nella cantina della masseria, fra i tini colmi di grappoli e le botti scurite faceva il suo ingresso il Barone.
Si chiudeva lì con il massaro, e a nessun altro era permesso entrare. La moglie di Zu Gianni lasciava all’ingresso l’acqua, il vino, il pane cunzatu e le olive. Don Cataldo e il suo fattore avrebbero assaggiato, confrontato, litigato perfino, cercando la miscela perfetta di uve.
Qualche tempo dopo, l’odore pungente del mosto fermentato avrebbe annunciato al paese che anche quell’anno i bianchi e i rossi del Barone stavano nascendo.
I vigneti di don Cataldo resistettero alla guerra, agli americani, alle lotte dei braccianti. Poi misteriosamente iniziò il declino. Somme enormi perse al gioco, diceva qualcuno, o sperperate con donne tutt’altro che facili. Fatto sta che nel giro di pochi anni gli immensi possedimenti passarono di mano. Il verde delle viti si ridusse, lasciando il posto a case, negozi, strade.
Il vecchio barone, venduto anche il palazzetto nobiliare, si ritirò a vivere nella masseria. Dapprima con Zu Gianni, poi da solo, quando alla morte del massaro la famiglia si trasferì dai parenti, in un altro paese. Delle centinaia di ettari a vigneto rimanevano soltanto poche migliaia di metri, che il Barone coltivava da solo. Nessuno sapeva che cosa facesse del vino.
Fra la gente di Rocca Paupìsi “fare il vino del Barone” era diventato un modo di dire, per significare un lavoro inconcludente, una fatica senza risultati.
Io lo conoscevo don Cataldo. Alla morte di Zu Gianni mi aveva incaricato di portargli le provviste, una volta alla settimana. Ogni mercoledì mi attendeva sulla soglia di casa sua. Lasciavo lì le buste e i pacchetti, senza entrare. La figura imponente, i capelli bianchi e lunghi, la barba folta, a incorniciare il volto scuro. E sotto il cappello a mezza falda lo sguardo forte, deciso. Ne avevo soggezione e non riuscivo a mantenere gli occhi sui suoi quando mi ringraziava e mi metteva in mano qualche spicciolo di mancia.
Poi, improvvisamente, scomparve.
Un mercoledì non lo trovai ad aspettarmi fuori della masseria. Lo chiamai più volte, con tono rispettoso. Poi a voce alta, ma non rispose. Stavo per andarmene, quando la curiosità ebbe il sopravvento. Entrai e iniziai a girare per le stanze, chiamandolo forte. Niente. Tornai fuori e vidi la porta di legno della cantina accostata. “Don Cataldo!” gridai, cominciando a scendere i gradini di pietra. Con la mano sfioravo la parete, mentre i piedi cercavano con cautela l’appoggio. Trovai un interruttore alla fine delle scale. Spinsi il bottone e la lampada si accese. Nessuno. Sul tavolino di legno una bottiglia rovesciata. Dentro ancora del vino. Mi guardai intorno. Le pareti erano coperte di scaffalature, dalle quali sporgevano, coricate e allineate, centinaia di bottiglie. L’etichetta di ognuna segnava l’anno della vendemmia. La testimonianza di decenni di vinificazione riposava su quei ripiani. Lo sguardo si posò sulle bottiglie dell’ultima raccolta. Ne presi una “Rosso di Rocca Paupìsi – 2005”. Sentivo di fare una cosa sconveniente, ma la aprii. Non c’erano bicchieri in vista. L’avvicinai al naso. L’odore inebriante salì per le narici, si espanse nel palato, fino alla gola. Quasi non mi resi conto di reclinare la testa all’indietro, facendo scendere il collo della bottiglia fino alle labbra. Un sorso bagnò la lingua, spandendosi nella bocca. Sprigionò saporì pungenti e fruttati, mescolandosi ai sentori aromatici conservati dall’olfatto. Trovò la sua strada nella gola, scendendo fino allo stomaco. Mi sembrò di poter vedere il liquido fermo, liberare calore dalla superficie color rubino. Ne bevvi ancora. E ancora. Il vino più buono che avessi mai provato. Qualcosa di diverso, di insuperabile. Mi avvicinai al tavolo. Sollevai la bottiglia riversa e lessi l’etichetta: “Rosso di Rocca Paupìsi – 2005”. Del barone non si seppe più nulla. Quel rosso perfetto fu la sua ultima creatura.
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categoria:vino rosso, barone
venerdì, 17 novembre 2006

Lui la sta osservando pensieroso, lei parla, dice tante cose, velocemente. Dopo avermi annusato e assaporato lui ha fatto cenno di sì con la testa e il cameriere mi ha versato con attenzione nei calici. Così il mio colore giallo paglierino ha brillato alla luce della candela sul tavolo. Ma non c’è stato il brindisi, non ho visto sorrisi, io me ne sono accorto, sono esperto ormai. Dopo un silenzio imbarazzato adesso è lui che parla, la sua voce suona profonda, persuasiva, ma lei stringe nervosamente il tovagliolo con la mano destra, vedo il profilo dei muscoli comparire e scomparire sul suo braccio sottile. Adesso gira la testa verso l’uscita del ristorante, forse è entrato qualcuno ma no, tutto è tranquillo, allora perché guarda fisso verso la porta, non capisco. Ma sì, è chiaro, non vuole che lui veda le lacrime spuntare, è arrabbiata con se stessa perché sta cedendo all’emozione. Eppure è stata in gamba finora, glielo ha detto chiaro e tondo che così non poteva andare avanti, che era stanca delle sue assenze, della sua disattenzione, di quelle bugie scoperte e delle tante sospettate. E mi è molto piaciuta quando ha aggiunto che alla sua età non poteva più aspettare, questo figlio lo voleva, con lui o senza di lui se proprio necessario, ma lo voleva. Solo che qui la voce non era proprio ferma, l’ho sentita chiaramente incrinarsi, chissà se lui se ne è accorto, come me. Lui mordicchia un grissino, si guarda intorno, è freddo, apparentemente, ma a disagio, altrimenti perché continuerebbe a gettare rapide occhiate verso gli altri tavoli? Poi silenzio, imbarazzo. Lui solleva il bicchiere, mi guarda controluce, inizia a parlare piano.

“Guarda che magnifico colore, che trasparenza. Ti ricordi quando ci siamo conosciuti, quando abbiamo scoperto per caso che progettavamo lo stesso trekking sulle dolomiti, e le sere passate a leggere insieme le guide e a studiare le mappe dei sentieri, i percorsi. Tu non eri sicura di farcela, ma io ho insistito, e quando la tua amica ha accettato di venire con te sono stato contento, perché sapevo che non avresti avuto il coraggio di venire da sola, così, la prima volta. La sera prima di partire mi hai invitato nel tuo piccolo appartamento di allora, per concordare gli ultimi dettagli, e mi hai chiesto di portare del vino, tutto il resto ci avreste pensato voi due. Possibile che non ricordi il vino di quella sera? L’avevo scelto perchè portava con sé i colori, i profumi e i sapori che avremmo trovato in montagna, di lì a poco. Tu eri perplessa, non amavi il vino bianco, ma sei stata subito conquistata dalla sua armonia, dal calore che ti nasceva dentro e che saliva lentamente alle mani, e poi alla testa, e a tutto il corpo. Ah, adesso cominci a ricordare, sì, è proprio lo stesso vino di quella sera, siamo noi quelli cambiati, sembra”.

Mentre lui parla lei mi guarda con attenzione, poi l’ho visto chiaramente quel cenno di sorriso sulle sue labbra, e sono stato contento quando ha sollevato il suo calice, mi ha odorato, e con un gesto lento mi ha introdotto nella sua bocca, e poi a piccoli sorsi lentamente giù, nella sua pancia.

“Allora ti ricordi di quella sera. Quando la mia amica è uscita con la scusa dell’alzataccia siamo rimasti imbarazzati, tesi, tu hai proposto di brindare alla nostra vacanza, noi due soli, perchè era meglio così, dividere le cose buone solo con le persone che contano. Sei rimasto da me, quella sera, e poi tante sere ancora dopo la montagna. Siamo stati felici. Adesso non so più cosa pensi, cosa fai quando non ci sei, sei sempre lontano, anche quando se qui con me, come ora. Io lo voglio questo figlio, ma lo voglio da te, è molto semplice, sono una donna che desidera un figlio dal suo uomo. Accidenti, mi hai un’altra volta fregata con questo vino, ma domani non c’è nessuna montagna che ci aspetta, meglio il nulla che questa malinconia”.

La mano di lui mi sfiora, attraversa il tavolo, si posa delicata sulla mano di lei, la stringe. Adesso si guardano negli occhi, lei è triste ma non ci sono più lacrime. Lui è serio, poi nasce un sorriso, solo accennato all’inizio, e una nuova luce brilla nei suoi occhi.

“Beh, il vino è lo stesso di quella sera, noi siamo un po’ più vecchi ma ancora in gamba, soprattutto tu, mi pare. Ti andrebbe di ripartire per la montagna, noi due soli, questa volta? Forse una vacanza del genere non potremo più permettercela per diversi anni!”       

 

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categoria:racconto
mercoledì, 06 settembre 2006
A 60 anni Nathalie aveva tagliato i suoi capelli soltanto tre volte.
Le ultime due, in realtà, erano stati appena accorciati, per eliminare le estremità sfibrate dal tempo e dal quotidiano lavoro della spazzola.
Era fiera di quel torrente nero, lucido e setoso, che le correva giù per le spalle o si disperdeva in rivoli più piccoli fra le curve dei seni, fin oltre la vita.
Quando era ancora una ragazza, gli uomini in attesa nel salone del bordello ne erano affascinati, già immaginandosi avvolti da quella coltre lasciva.
Più tardi, negli anni della maturità, quell’attributo corvino era diventato il suo tratto distintivo. Non c’era uomo a Brooklyn che non conoscesse la casa d’appuntamenti di Long-haired Nathalie.
Durante il rito mattutino dell’acconciatura Nathalie raccoglieva i capelli in un complicato intreccio, fino a comporre un disegno concentrico. Lo fermava con forcine metalliche, scure e sottili, che si nascondevano alla vista, e dal profilo ondulato, per meglio insinuarsi fra le ciocche.
Ormai avrebbe potuto eseguire ogni azione ad occhi chiusi, ma le piaceva, di fronte allo specchio, guardarsi operare.
E ricordare.
Il suo primo taglio.
La campana del tram squillava nervosa, chiedendo strada alla folla che ostruiva il passaggio. Sui marciapiedi, fra i banchi del mercato, sui gradini dei palazzi, le persone si aggiravano a rilento, trascinando i passi. Incontrandosi si scambiavano mute la medesima domanda.
Il caldo soffocante di quella fine di Luglio era giunto senza preavviso e sembrava non dover finire. Al primo annunciarsi del mattino i fortunati che possedevano un balcone si affacciavano, sperando di trovare aria nuova.
Rimanevano, stupiti e delusi, a osservare i panni stesi sui fili ad asciugare, immobili e tristi, come bandiere a mezz’asta. Qualcuno nel balcone aveva passato la notte, su un giaciglio di fortuna, ma già sentiva svanire il sollievo notturno, e il sudore inumidire le membra.
Le donne che si erano avviate di buon’ora al mercato facevano ritorno nelle case, o si attardavano a parlare con le vicine. Le signorine della casa di Flo si affacciavano pigre dalle finestre delle stanze. Senza gli abiti sgargianti, che avrebbero indossato più tardi, si mostravano come povere ragazze di provincia, dalla vita già segnata.
Un cielo alabastrino attenuava la luce del sole, ma non il calore. Come un enorme coperchio sulla sommità dei palazzi comprimeva al suolo l’aria stantia e l’odore della gente.
Affollati in appartamenti troppo angusti, senza la possibilità e l’abitudine di curare l’igiene personale, stretti dal caldo afoso di quell’estate, gli uomini e le donne uscivano all’aperto, per riversare in strada gli afrori che saturavano le case.
E quando pensavano di essersene liberati, li ritrovavano più forti, al loro rientro.
Solo i bambini sembravano indenni. Seduti in terra godevano del fresco che la pietra dei marciapiedi aveva accumulato durante la notte e ora lentamente rilasciava.
Gruppetti di bambini si formavano spontaneamente, secondo criteri e regole di cui erano inconsapevoli: i neri, gli irlandesi, gli italiani, i grandi, i piccoli, i maschi, le femmine.
E quelli di Ellis Island, appena usciti dalla quarantena, con addosso ancora il DDT che l’ufficio immigrazione spargeva generosamente su chi sbarcava nella terra promessa.
Svanito l’odore pungente del disinfettante ognuno di loro sarebbe stato risucchiato dal proprio destino.
Nathalie era insieme a due bambine, poco più grandi di lei. Sedute fianco a fianco la guardavano e ridevano. La più grandicella aveva capelli rossi legati con un fiocco verde. L’altra era mora. La rossa, con la perfidia naturale dei bambini, iniziò a cantare una filastrocca e l’altra la seguì:
“Uva spina,
Nathalie è regina,
salta il cavallo,
saltano i ranocchi,
salta la rana,
regina dei pidocchi!”
Nathalie, con le braccia distese e le mani poggiate a terra, teneva il busto leggermente inclinato, investita dalla crudeltà di quella strofetta. Gli occhi erano gonfi di lacrime, che non voleva lasciar traboccare.
Le due bambine ridevano e indicavano la sua testa lucida, completamente rasata. Il giorno dopo avrebbe compiuto quattro anni. Era il 28 Luglio 1908.
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categoria:bambini, racconto, strada
lunedì, 04 settembre 2006
Il primo giorno erano piu’ che altro scartoffie e anticamera. Il secondo, aghi e ventose. Il terzo, liquidi di contrasto e piastre d’acciaio gelate.
Ma il quarto no.
Il quarto giorno era diverso, per questo l’aveva sempre preferito. Far passare gli altri tre, pero’… che fatica!
Si era inventato ogni genere di passatempo: cercare di ripescare ricordi bizzarri, come tutti i gusti di caramella che aveva assaggiato in vita sua o le diverse pettinature sfoggiate dai suoi parenti nel corso degli anni; stabilire record con se stesso, per esempio evitare di usare per un tempo prestabilito vocaboli che iniziassero con una certa lettera. Quello che gli dava piu’ soddisfazione era contare cose insolite: quante persone con nei visibili indossando la divisa lavoravano in quel reparto dell’ospedale? quante piastrelle formavano il pavimento del bagno? quante gobbette piene d’olio essenziale c’erano in tre centimetri quadrati di buccia d’arancia?
Stava facendo proprio qualcosa del genere in quel pomeriggio piovoso del terzo giorno di ricovero. Aveva deciso di contare tutte le gocce sul vetro della finestra: ce n’erano cosi’ tante che era convinto sarebbe tornato il sole prima di aver finito! L’impresa si era rivelata subito piu’ ardua del previsto perche’ le gocce erano immobili soltanto in apparenza. La gravita’ agiva impercettibile: qualcuna ad un certo momento si gonfiava e scivolava ad inglobare una vicina, fino a quando il peso la lanciava verso il davanzale in una corsa sfrenata.
Aveva finito per addormentarsi ma non ne era dispiaciuto, perche’ quando si era svegliato era ormai il quarto giorno.

Il quarto giorno arrivava il dottore con gli occhi azzurri; si sedeva sulla poltroncina di plastica bianca accanto al letto e discutevano i risultati delle analisi, sbocconcellando qualche torta fatta in casa contrabbandata dalle infermiere.
Avrebbe voluto anche lui gli occhi di quel colore fra il celeste e il viola. Le ragazze non avrebbero notato la cannula impiantata nel braccio perche’ non sarebbero riuscite a distogliere lo sguardo dal suo viso. Non gli avrebbero domandato niente perche’ sarebbero state intimidite dalla bellezza di quelle iridi; forse qualcuna piu’ spavalda avrebbe attaccato bottone con un “come ti chiami?” che voleva significare proprio quello, e non “che malattia hai?”.
Invece aveva gli occhi castani e un cancro in metastasi. Pazienza. Per questa vita avrebbe avuto i quarti giorni anziche’ gli occhi fra il celeste e il viola e non era poi cosi’ male.
Dopo la discussione degli esiti era libero fino alla dimissione, a meno che non ci fosse qualche esame da ripetere. Gli piaceva vestirsi come per uscire e sedersi nella sala del bar al secondo piano ad osservare gli avventori. C’erano medici e infermieri in pausa; degenti con ospiti; persone di passaggio per una visita ambulatoriale; rappresentanti farmaceutici o di apparecchiature diagnostiche; operai impegnati in qualche lavoro di ristrutturazione… e poi c’era lei. Sabrina. Per tanti solo ‘la ragazza del bar’. Lui aveva imparato il suo nome sentendola chiamare dai colleghi e aveva deciso di usarlo per farsi notare. Con lei la cannula al braccio non sarebbe stata di nessun aiuto: per quel bar ne passavano tante, di cannule, o di sacchetti di drenaggio, o di espansori per la pelle… ci era talmente abituata che non li vedeva piu’. Gli piaceva anche per questo.

- Ciao, Sabrina.
- Oh, ciao, Andrea. Quarto giorno di ricovero?
- Quarto giorno di ricovero.
- Dimissione domani, prima di pranzo?
- Si’, fuga dal pastasciuttone incollatutto del catering, come da copione.

Lei aveva riso, poi aveva sconvolto il rituale del quarto giorno con una richiesta:
- Passi a trovarmi domani, prima di andartene? Avevo una cosa da darti, ma l’ho dimenticata a casa. Che memoria!

E cosi’ era passato al bar del secondo piano col borsone in spalla e il foglio di dimissione in mano. Sabrina era dovuta uscire all’improvviso e aveva lasciato in consegna al collega un pacchettino per lui. Andrea l’aveva ritirato ostentando indifferenza ed era andato a sedersi nell’angolo piu’ isolato della sala. L’aveva scartato lasciandosi sfuggire una risata: era un paio di lenti a contatto estetiche blu pervinca.
postato da: elokia alle ore 19:46 | Permalink | commenti
categoria:racconto
lunedì, 04 settembre 2006
Le corde mi pizzicano, prudono.
Chissa' dove sono... Ieri mi ha caricata in macchina che ero mezza addormentata e non ho capito bene. Mi ha messa sul sedile posteriore sotto una vecchia coperta e ha detto che saremmo andati in un bel posto col suo solito tono affettuoso.
E' gentile con me, mi piace come mi si rivolge. Come se io fossi immensamente preziosa.
Dalle canzoni che ha ascoltato direi che abbiamo viaggiato un paio d'ore. Mi annoiavo dato che non parlava, cosi' mi sono assopita di nuovo e mi sono svegliata in questo posto sconosciuto.
Mi ha lasciata per terra, quasi al buio: dalla luce che filtra dalla tapparella abbassata riesco a distinguere la sagoma di un tavolo con delle sedie intorno, in mezzo alla stanza. Dietro il tavolo, un mobile a vetrinetta dentro cui pare esserci poco o niente. Null'altro. Sembra un appartamento per le vacanze, non uno in cui si abiti tutti i giorni.
Il prurito si sta facendo insopportabile, porca miseria!
Sono stufa di star qui contro il muro. Cominciano a farmi male i punti che appoggio e non riesco a cambiare posizione neanche volendo. Le corde mi bruciano vagamente.
Speriamo ritorni presto, ho voglia di sgranchirmi...
Non avro' bisogno di chiederglielo, lo so; appena mi vedra' mi salutera' con un sorriso, verra' a tirarmi su e mi portera' sul divano o sul letto. Beh, forse oggi no: visto che non c'e' altro mobilio magari mi mettera' sul tavolo. Poi fara' scorrere la cerniera e mi svestira'... Io comincero' a fremere al pensiero delle sue mani addosso e gli lascero' fare tutto quel che vorra', per tutto il tempo che vorra'.
Come quella volta in cui mi ha chiesto di imitare un gatto per distrarre il bambino immusonito della casa di fronte e io sono andata avanti a miagolare per dieci minuti buoni, ricevendo in cambio lunghe carezze sensuali.
So di non essere l'unica per lui: anche se non ho mai visto le altre ho sentito le loro voci in giro per casa. Devono essere almeno quattro; non so perche' ci tenga separate e non mi interessa. Non sono gelosa, no, per niente. Lui ha tempo e attenzioni per tutte.
Oh! Una chiave nella serratura! E' tornato!
Vorrei girarmi a guardarlo ma proprio non riesco...
Ora viene da me, lo so, ora viene, devo avere solo un attimo di pazienza...
Eccolo!
Prima le sue Adidas, poi le sue ginocchia dentro ai jeans neri, infine il suo viso: mi si e' accovacciato di fronte e mi fa scorrere lo sguardo addosso lentamente, su e giu', in silenzio.
Vorrei toccarlo... no, a dire il vero voglio che mi tocchi lui.
Vorrei che mi togliesse le corde e mi massaggiasse con l'olio di limone, ma non penso lo fara' adesso: ha negli occhi quella luce che conosco bene e che significa "stasera si va avanti a oltranza".
Infatti mi prende in braccio deciso, mi spoglia del mio abito nero, mi da' una carezza veloce e attacca "Manhattan" di Eric Johnson: l'orgasmo, per una chitarra semiacustica Ibanez Artcore come me.
postato da: elokia alle ore 19:43 | Permalink | commenti
categoria:racconto
sabato, 02 settembre 2006
COOPEROMANZO
PROGETTO PERUN RACCONTO
CON PIU’ MANI… MA SENZA CAPO NE’ CODA.
 
Delusi dal lavoro, inguaribili sognatori, scrittori in erba, in fieri, in dodicesimo, aperti a nuovi orizzonti, a nuove tendenze, a nuove scommesse, ma soprattutto…con spirito di cooperativo sacrificio: ecco una proposta per voi!
 
E se un giorno d’inverno uno scrittore iniziasse a leggere la pagina di un libro e chiudendo gli occhi proseguisse la narrazione da sé, a voce alta, per interrompersi dopo un poco.
E se qualcuno l’avesse ascoltato e non potesse fare a meno di proseguire a sua volta, con la sua immaginazione, il filo di quel racconto… e così di persona in persona, sino a che, ad un certo punto si arrivasse alla fine. Quante possibili storie si sarebbero accavallate a quella pensata dall’autore? Quanti possibili sentieri narrativi sarebbero stati esplorati per giungere comunque ad una conclusione?
 
Per saperlo forse possiamo provare…
 
INCIPIT (e altro)
 
Non era cominciato quando l’aveva visto entrare. La faccia allungata e quel soprabito troppo largo, come a nascondere qualcosa. Non era cominciato lì, nel locale affollato di gente, con la musica troppo alta che nessuno ascoltava davvero. Mentre si muoveva decisa verso di lui sapeva che non era cominciato allora. Lui, loro, c’erano già. Prima. Da un’altra parte o in un altro tempo. Scivolò fra le persone in piedi, nessuno sembrava badarle, in pochi passi gli fu a fianco.
Gli occhi di Marco vagavano nell’atmosfera fumosa, soffermandosi su spazi o persone non ben determinati, e ad un tratto la vide, impallidì leggermente, sembrava a disagio, eppure tutti e due sapevano bene cosa doveva accadere da lì a poco, e la borsa che teneva a tracolla confermava che tutto era secondo i programmi, tutto come previsto. Solo in quel momento lui si rese conto che qualcosa di importante stava davvero per accadere, tutto quello che c’era stato era servito solo a preparare questo incontro, e adesso erano lì, vicini l’uno all’altra, apparentemente indifferenti, anonimi nella folla rumorosa. Marco era nervoso, a disagio, non sapeva quale fosse la cosa migliore da fare, non gli avevano detto che si trattava di lei, ma dopo un’ultima occhiata alla sala fece un segno impercettibile e uscì dal locale. Lei rimase ancora un attimo, si girò come per salutare qualcuno, passò al guardaroba, si vestì e uscì in strada. Faceva molto freddo, quella sera a Milano.
 Faceva freddo ma la serata era tersa, si poteva respirare lo smog a pieni polmoni e lo sentiva soprattutto lui che, venendo dalle montagne, aveva avuto una sorta di rifiuto al respiro entrando in città. La macchina era parcheggiata di fronte al locale con le luci lampeggianti per una sosta temporanea, la riconobbe subito, è una macchina che ha solo lei a Milano, se non altro per le personalizzazioni con cui l’ha riempita, col suo gusto e la sua voglia di invadere il mondo di se stessa, vi si avvicinò e aspettò lì che lei lo raggiungesse.
I tacchi a spillo delle solite scarpe, che era ormai abituato a sentire prima delle riunioni più importanti, già calpestavano il marciapiede, quando sussultò vedendo quei due occhi lacrimosi che lo guardavano imploranti dal finestrino del sedile posteriore. Erano occhi nell’ombra, nell’ombra di un vano buio, ma non solo, nero su nero; sì, non c’erano solo gli occhi, c’era anche tutto il resto, occhi di un bimbo nero. Forse se avesse sorriso si sarebbe accorto prima che non erano solo occhi. Rimase ipnotizzato solo qualche secondo, solo il tempo di capire quello che aveva appena visto.
 Imprecò tra i denti, chi cazzo si credeva di essere quella là..., aveva voluto coinvolgerlo a tutti i costi, e coll’inganno, insomma che voleva da lui, pensava che fare il responsabile della sicurezza dell’azienda volesse dire essere disposto a tutto? oppure pensava che il suo passato di anima bella, difensore degli oppressi, fosse il requisito per risolvergli il problema che aveva per le mani? Eppoi. chi era lei per decidere il male e il bene, che cosa era? una nuova forma di ecoterroristaanimalista? solo che invece dei visoni o dei cincillà aveva deciso di liberare bambini! Tutto questo rimuginò nei pochi secondi che consentirono ai tacchi a spillo di arrivare vicino alla macchina, e già era pronto a chiarire senza tanti preamboli la sua posizione che lei lo prevenne dicendo: - sta’ zitto, mi dirai tutto quello che pensi di me in macchina, sali.-
Salì e rimase in silenzio mentre quella ridicola macchina si dirigeva in periferia, guardò sul sedile di dietro, ancora non disse niente, e neanche sorrise, ma la ruga che aveva sul lato destro della bocca, si fece più profonda.
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mercoledì, 30 agosto 2006
Herbert teneva stretta la gonna della mamma lasciandosi guidare dal suo passo, mentre Lorelay guardava avanti e gli passava teneramente una mano sul corno frontale.
“Ti va un po’ troppo larga questa maschera da triceratopo, non riesci a vedere nulla”
“Non è vero, ci vedo benissimo” e provava a lasciare la presa, facendo qualche passo alla cieca.
Camminavano nel Museo di Storia Naturale, cercando un segnale che indicasse la sala dei dinosauri.
L’uragano Katrina aveva fatto un bel po’ di danni anche lì, alcuni locali erano stati completamente sommersi ed avevano dovuto cambiare di posto alle collezioni. Orizzontarsi era un problema, ma Herbert non se ne sarebbe mai andato senza aver prima visto l’enorme scheletro del Tirannosauro.
Faceva caldo a New Orleans, dentro la testa di plastica stampata i capelli gli si appiccicavano alla fronte, ma il bimbo resisteva, camminando ostinato a fianco della madre.
“Devono pur stare da qualche parte! Harryet mi ha detto di averli visti!”
Non c’era in giro neanche un custode, probabilmente a quell’ora erano rintanati da qualche parte, a bere di nascosto una birra gelata, avvolta nel sacchetto del droghiere.
L’impianto dell’aria condizionato era fuori uso, come molti apparati elettrici in città. Il Mississipi era da poco tornato nel suo letto, ma con il terreno ancora intriso della sua acqua limacciosa il rischio di corto circuito era altissimo.
“Amore, la mamma ha una proposta: se non li troviamo entro cinque minuti io e te ce ne andiamo da Brady’s, a mangiare un super gelato con panna e biscotto. Che ne pensi?”
“Io voglio vedere il Tirannosauro!” disse Herbert con l’aria di chi non accetta mediazioni.
Lo odiava quando le parlava così. Cominciava a perdere la pazienza.
“Bene, allora cercatelo!” gli rispose fermandosi di scatto.
Herbert proseguì per inerzia, sempre afferrato alla gonna, che scivolò pericolosamente in basso sui fianchi di Lorelay. Poi si tolse la maschera, la gettò provocatoriamente in terra e senza voltarsi si incamminò da solo.
Lorelay, con le braccia incrociate e la bocca serrata non si mosse, pensando che il figlio non avrebbe osato allontanarsi oltre la svolta del corridoio.
Lo vide scomparire, contò fino a venti, aspettando che tornasse indietro, più ragionevole. Contò ancora fino a venti, poi fino a trenta.
“Herbert, caro, hai trovato qualcosa?” disse seguendo la direzione del bimbo.
“Herbert, lo sai che la mamma non vuole che ti allontani da solo”. Perdersi in un Museo. Già immaginava la scena che avrebbe fatto suo marito quando glielo avrebbe raccontato: i bambini non vanno mai lasciati da soli, non si sa mai chi si può incontrare, e dopo l’uragano è rimasta solo la gente peggiore… esclusi loro, naturalmente.
“Herbert, tesoro, dove sei? Herbert? Herbert!” la voce si era fatta tesa. Il passo accelerato di Lorelay era quasi divenuto una corsa. Aveva superato le stanze laterali dell’ala est; molte erano chiuse al pubblico, nelle altre Herbert non c’era.
L’angoscia le serrava la gola.
Era esagerata, lo sapeva, che pericoli poteva correre in un museo? Prima o poi sarebbe saltato fuori.
Magari si era nascosto apposta, per spaventarla. Eh, ma gliel’avrebbe fatta pagare, stavolta, il troppo è troppo.
Poi vide le tracce.
Nel corridoio laterale, subito prima dell’aula delle video proiezioni, delle orme in terra segnalavano il percorso, come si usa nei luoghi pubblici destinati ai bambini. Erano grandi, di color marrone scuro, con cinque dita allineate. Herbert sicuramente le aveva scoperte e seguite. “Quel bimbo mi stupisce”, pensò Lorelay, “a volte sa essere così acuto”.
Proseguivano sul pavimento, fin dove lei potesse guardare. “Di che animale saranno? Un uccello no di sicuro, troppe dita” si disse.
C’era una curva a gomito, la superò e si accorse che continuavano fino ad una porta. “Chissà come si sarà divertito in questa caccia al tesoro”. La porta era socchiusa e dall’interno proveniva un forte odore di muschio. “Diavolo se deve essere umido, lì dentro!” pensò.
“Tesoro?” Herbert non rispondeva. “Basta scherzi, ti ho trovato ormai. Posso entrare o il Tirannosauro è pericoloso?”. Era stanca. Aprì la porta con impazienza. E lo vide.
Il rettile la guardava di lato, con il suo occhio vitreo. Immobile al centro della stanza, come chi non ha niente da temere.
Dalle mascelle semiaperte pendeva simmetricamente, a destra e a sinistra, il corpo abbandonato di Herbert. Osservò che non c’era sangue intorno e per un momento, assurdamente, si sentì tranquillizzata.
Poi Herbert mosse un braccio. L’alligatore scrollò la testa con violenza, scuotendolo come una bambola di pezza e scomparì, saettando sotto un alto scaffale di ciliegio scuro.
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