Mauro Ventura
LA SINDROME PERFETTA
Quando Camilla gli disse che ormai lo amava troppo e che sentiva di non poter più fare a meno di lui e che quindi lo lasciava (ricordava benissimo che aveva detto proprio: “quindi”), Lorenzo sentì di doverle rispondere in maniera adeguata. “Tu mi abbandoni, ed è come se perdessi una parte di me. Non è la solo la fine di un amore: è un’amputazione.”
Per dare più forza a quell’interpretazione, non del tutto insincera, si afferrò il braccio sinistro, lasciandolo penzolare abbandonato. Camilla gli si avvicinò, lo baciò due volte sulle guance e gli disse, in tono comprensivo, “Hai ragione, è meglio per tutti e due”. Poi si allontanò, con la sua falcata agile, che faceva risaltare, sotto la gonna di seta cruda, le gambe lunghe e nervose.
Lorenzo rimase a tenersi il gomito, con l’aria smarrita, e una fitta sorda nel petto.
Quello con Camilla era stato l’unico legame importante che avesse avuto fino a quel momento. Anzi, a dirla tutta, era stata forse l’unica storia in assoluto, se si eccettuano i saltuari innamoramenti, mai confessati alle destinatarie, che lo impegnavano ciclicamente per qualche settimana di turbamenti solitari, senza mai approdare a concreti sviluppi relazionali.
Lorenzo tornò a casa e si mise a letto, nonostante fossero ancora le sei del pomeriggio. “Un buon sonno non può che farmi bene” si disse “domani starò meglio”.
Al risveglio il senso di tristezza non era passato. Si alzò dal letto svogliatamente, si diresse in cucina e iniziò a prepararsi la colazione. Riempì d’acqua la moka, inserì il filtro e lo colmò di caffè, poi prese la parte superiore e fece per avvitare i due pezzi. Sentì il metallo freddo e spigoloso nella destra, che si adattò plasticamente alla forma della caffettiera, cercando di avviare un mezzo giro in senso orario. Un rumore improvviso lo costrinse a guardare in basso: la sinistra era vuota e il bricco era caduto in terra, rimbalzando sonoramente e spargendo intorno acqua e polvere marrone. Si abbassò per raccoglierlo: protese il braccio, aprì le dita e le richiuse sulla cuccuma. Si accorse sgomento che al gesto non corrispondeva nessuna sensazione tattile. Ebbe la sensazione di osservare il corpo di un altro, una mano aliena che obbediva ai suoi comandi, ma non gli apparteneva. Era spaventato, si massaggiò vigorosamente, ma i polpastrelli seguitavano a rimandargli la stessa sensazione inquietante. Non era l’intorpidimento con cui a volte si svegliava, dopo una notte scomoda, non c’era quel fastidioso formicolio, quelle punture dolorose del sangue che ricominciava a fluire, non sentiva assolutamente nulla.
“Devo stare calmo” si disse, sedendosi e respirando profondamente. Guardò la sua mano sinistra, che aveva poggiato sul tavolo. Le ordinò di alzare ed abbassare le dita in successione, tamburellando, poi di afferrare il cucchiaino, con precisione. Veloce e accurata, obbedì diligentemente. Lorenzo chiuse gli occhi, e la mano scomparve dal suo controllo. Quando li riaprì il cucchiaino era ancora nella pinza di indice e pollice.
Si vestì in fretta, per quanto gli consentiva la sua nuova condizione, e andò al pronto soccorso.
Il medico lesse il cartellino del triage e non lo fece nemmeno sedere: “Niente di grave, non si preoccupi. È uno stiramento del plesso brachiale. È chiamata sindrome del sabato sera: uno esagera con l’alcol, rimane abbracciato alla fidanzata tenendo il gomito sollevato... e si ritrova paralizzato. Ma poi passa.”
“Ma io non sono paralizzato: la muovo benissimo! È che non la sento.”
“Effettivamente questo è strano: una compromissione esclusivamente sensitiva non è descritta...” il medico non si perse d’animo: “Potrebbe essere un problema cervicale! Uno schiacciamento delle radici posteriori e zac! Non sente più niente: sfioramento, pressione, niente. Solo calore e dolore.”
“Ma io non sento nemmeno quello: è come se non l’avessi proprio, la mano.” Il dottore lo guardò con malcelata irritazione e tagliò corto “Va beh, comunque prenda questo e vedrà che domani è tutto passato.” Scarabocchiò un nome sul ricettario e aprì la porta dello studio per far entrare il paziente successivo.
Lorenzo comprò la medicina, ingoiò le compresse una ogni sei ore, per tre volte, poi andò a letto senza grandi aspettative.
Quando si svegliò, il mattino seguente, constatò che l’anestesia si era estesa fino alla spalla. Cercò di mantenere la calma: si alzò, andò in bagno e si lavò alla meglio, constatando quanto era disabituato a guardare ciò che faceva d’abitudine. Ora che le sue condizioni lo costringevano a governare con la vista ogni movimento del suo braccio sinistro si rendeva conto di quanto ciò fosse insolito. E imbarazzante, in certi casi... come ad esempio durante le pratiche per lo svuotamento mattutino della vescica, che lo obbligarono a coordinare visivamente il lavoro delle due mani per districare dai panni sovrapposti la protuberanza genitale. Fino a pochi giorni prima neanche ci avrebbe fatto caso, sbrigando ad occhi chiusi quella procedura quotidiana. Fra l’altro, mentre il liquido giallo zampillava nel vaso, facendone tintinnare la porcellana, Lorenzo socchiuse le palpebre, affidando all’udito il controllo dell’azione. E per un momento, la sensazione discordante dell’avvertirsi sfiorato in parti così sensibili, senza riconoscersi autore del palpeggiamento, gli procurò un turbamento subliminale e, più prosaicamente, una inaspettata erezione.
“Devo mantenere la calma” si disse cercando di ricomporre contemporaneamente gli abiti e i suoi contraddittori stati d’animo, “devo mantenere la calma”.
Si vestì, constatando stupito come stesse apprendendo facilmente a riorganizzarsi. Poi pensò al da farsi. Tornare al pronto soccorso non gli sembrava utile “E se trovo lo stesso sprovveduto di ieri? E se ne trovo un altro, a cui raccontare daccapo la stranezza del mio stato?” Si sentiva disorientato, aveva bisogno di un consiglio, ma a chi chiederlo? Attivò una rapida consultazione mentale dei suoi amici maschi, rilevando come la lista, più che scarna, fosse desolatamente vuota. L’ultimo che aveva frequentato con qualche assiduità era Giovanni, ma l’incontro più recente con lui risaliva ormai a quasi cinque mesi prima: cinema e pizza, un giovedì sera. Di amiche non era neanche il caso di parlare. Il pensiero gli andò a Camilla, e si accorse in quel momento del velo di tristezza, leggero, ma avvolgente, che lo circondava come un’ombra nera, dal giorno della separazione. Ebbe l’istantanea rivelazione della portata di quel dolore, sotterraneo e pervasivo, che lo opprimeva più della sua inspiegabile anestesia.
Quelle penose riflessioni gli occuparono la mente a lungo, impedendogli di prendere decisioni operative. Rimase seduto sulla sponda del letto fin quasi all’ora di pranzo. Poi si scosse.
“Devo cercare uno specialista!” pensò “Un neurologo, un neuropsichiatra, ma uno bravo. Su Internet si trova tutto”. Soddisfatto della decisione si alzò in piedi, per raggiungere il computer, e avvertì una strana sensazione (ma sarebbe più giusto dire “assenza di sensazione”) ai talloni.
Accese il portatile, aspettando impaziente che si collegasse alla rete, quindi digitò nella casella di dialogo le parole “neurologo + Abbiategrasso”, la città dove viveva. Il motore di ricerca gli aprì una colonna di risultati, che contenevano le parole-chiave. Lorenzo, del tutto estraneo all’ambiente sanitario, scelse i link più affidabili sulla base di considerazioni strettamente personali: scartò le descrizioni dove comparisse, anche marginalmente il termine “giovane” (“mi serve qualcuno esperto, altro che giovane”), i cognomi di origine meridionale (“se fosse davvero bravo avrebbe fatto fortuna al suo paese”), o quelli troppo banali (il dottor Luigi Ricci fu saltato a piè pari). Alla fine il puntatore si fermò sul Professor Anchise Cavalli Palazzi, studio privato in Corso d’Italia 15. Fu felice di poter avere un appuntamento con il luminare il giorno stesso, nel pomeriggio. La segretaria lo accolse all’ingresso premurosa e lo fece accomodare in una sala d’attesa deserta. “Che strano” pensò Lorenzo “sarà per la privacy”. Venne chiamato quasi immediatamente e venne accompagnato a varcare la soglia dello studio. Il professore lo aspettava in piedi, sorridente. Era proprio come avrebbe voluto: età sui sessantacinque, esperto, ma con la mente non ancora appannata dagli anni, corporatura imponente e rassicurante, con una gran barba brizzolata e i baffi folti, sotto ai quali spiccavano le labbra carnose, vestito in modo accurato ed elegante, ma sobrio. Tutto contribuiva a conferirgli un’aura di affidabilità. Non come il dottorino del pronto soccorso...
“La prego, si accomodi” esordì il luminare tendendogli la mano. Lorenzo gli porse la sua “Lorenzo Bussotti” “Cavalli Palazzi, molto piacere”.
Esauriti i convenevoli il medico prese posto dietro la sua scrivania e iniziò ad interrogarlo “La segretaria mi parla di una ... anestesia, può dirmi qualcosa di più?”
“Non sento nulla, alla mano. Voglio dire, anzi al braccio, da stamattina si è estesa al braccio. È come se non l’avessi”
“Piano, piano, con le conclusioni, quelle le lasci a me. Piuttosto: da quando è iniziata?”
“Ieri, è iniziata ieri, al risveglio, poi oggi è peggiorata”
“Le ho già detto di non tirare conclusioni affrettate: quello che a lei può sembrare un peggioramento, magari è il normale decorso clinico, che ci avvicina alla guarigione” Lorenzo si sentì rinfrancato da quelle parole e si rallegrò di aver scelto Cavalli Palazzi.
“Volevo dire: oggi si è aggiunta la spalla. E a dirla tutta, ho anche una strana sensibilità ai calcagni”
“Bene!” esclamò il professore “la cosa peggiore è la stabilità. E mi dica: ricorda di aver fatto qualcosa di particolare, prima che la sintomatologia si manifestasse?”
“No, mi sembra di no, nulla che ricordi... almeno, niente di significativo”
“Senza offesa, signor Bussotti, se qualcosa è significativo sono io a deciderlo: lei si limiti a riferirmi tutto quello che le chiedo” il tono paternalistico di quel lieve rimprovero confermò a Lorenzo di essere capitato nelle mani giuste.
“Beh, ecco, non so se è importante, il giorno precedente mi sono lasciato con la mia fidanzata”
“Vi siete lasciati o è stata lei a lasciarla?”
“È importante?” avrebbe voluto chiedere Lorenzo, ma lo sguardo severo del medico lo frenò. “Mi ha lasciato lei, ma perché mi amava troppo”. Mentre ripeteva al professore la frase di Camilla, Lorenzo ne assaporò ancora di più l’incongruenza e, iniziò a temere, l’ipocrisia.
“Bene, bene, shock emotivo: patologia da conversione! Accusa altri sintomi?”
“No, solo questo. Solo l’anestesia”
“Ci risiamo, amico mio, lei non vuole capire: come fa a saperlo? Cose che a lei possono sembrare normali, magari fanno parte di un unicum, sono legate insieme in un corteo sindromico.”
Lorenzo era senza parole, e si accontentò di un’espressione di circostanza.
“Vedo che comincia a capire” lo blandì Cavalli Palazzi “ora si spogli e vada a sdraiarsi su quel lettino”
Lorenzo si tolse gli abiti dietro un paravento verdolino, lasciandoli piegati sulla spalliera di una seggiola metallica, poi si distese. Aveva freddo in quasi tutto il corpo. Chissà perché, in un momento di comprensibile apprensione, pensò che se l’anestesia avesse conquistato ancora terreno avrebbe potuto fare a meno dei riscaldamenti...
Il dottore si avvicino, brandendo il classico martelletto da esame neurologico, Lorenzo lo vide svitare il fondo del manico ed estrarne un arnese a due punte: una sembrava una sorta di pennellino bianco, l’altra era metallica ed acuminata. Cominciò a preoccuparsi.
“Mi dica se sente pungere o sfiorare” lo avvisò il medico, poi, coprendosi alla vista del paziente, iniziò a percorrerne con la mano il corpo nudo.
“Sfiorare, sfiorare, pungere! sfiorare, pungere! sfiorare, sfiorare”
“E ora?”
“Ora niente?”
“Sicuro?” Lorenzo aveva qualche ritegno ad affermare di essere sicuro, visti i precedenti rimproveri del dottore “Credo di sì”
“Credo, credo, o sente o non sente”
“Non sento”
“Bene. La sua zona anestetizzata va esattamente da qui” tracciò una linea intorno alla scapola sinistra, poi passò a lato del collo e riscese verso l’ascella “a qui”
“ E poi ancora da qui a qui” e fece un giro con il martelletto intorno al polpaccio, appena sotto al ginocchio.
“E anche dall’altra parte.”
“Allora è aumentata ancora” considerò Lorenzo e si rivolse al medico “Che cos’ho?”
“Lei ha una forma assolutamente insolita di anestesia tattile-termica-dolorifica disseminata. Il quadro sintomatologico, per la rapidità dell’insorgenza e della progressione non combacia con le sindromi vascolari o neurologiche classiche, sia centrali che periferiche. Propenderei quindi per una forma idiopatica”
“Cioè?”
“Cioè, caro amico, non lo so. Non ho mai visto niente del genere”
“E... è grave?”
“Questo potremo dirlo soltanto osservandone il decorso. Per cui le consiglio di tornare a farsi controllare fra... diciamo... quindici giorni. Se non ci sono complicazioni”
“Che tipo di complicazioni?” chiese Lorenzo, ora decisamente spaventato.
“Chi può dirlo, caro amico? Dietro un miglioramento può celarsi l’inizio di una caduta, chi può dirlo? Ora si rivesta, la temperatura è un po’ bassa e non vorrei rischiare una paresi a frigore”
Lorenzo infilò i pantaloni, rimboccò la camicia e calzò le scarpe. Poi, rivolgendosi al professore lo ringraziò, confuso, e si diresse verso il banco della segretaria, per versare l’onorario.
“Tre”
“Tre?” chiese Lorenzo sinceramente stupito
“Tre – cento” aggiunse la segretaria infastidita dalla richiesta di toccare esplicitamente l’argomento.
“Posso pagare in assegni?” chiese lui, che non aveva immaginato di aver bisogno di tutto quel contante.
“Veramente il professore preferisce di no. Non ha il bancomat?”
Lorenzo estrasse il carta plastificata e gliela porse. La donna la fece scorrere nella fessura dell’apparecchio e gliela riconsegnò. Dopo pochi secondi la macchinetta prese a vibrare e sputò fuori le ricevute.
“Ecco, questa è per lei”
Lorenzo la ripiegò mestamente nel portafoglio. Non ebbe il coraggio di chiedere la fattura, l’ambiente austero lo intimidiva. Oltrepassando il portone del palazzo si rese conto di avere chiare tre cose: 1) il luminare non aveva capito nulla del suo problema; 2) lui non sarebbe tornato a farsi controllare, sborsando a vuoto altri trecento euro; 3) la sala d’attesa non era vuota per ragioni di privacy.
Si incamminò verso casa. Su una cosa il professor Cavalli Palazzi aveva avuto ragione: l’anestesia si era ulteriormente estesa, nello spazio di poche ore. Ora le ginocchia non facevano più parte del suo consapevole schema corporeo. Doveva controllare con gli occhi ogni alternanza di passo: oscillazione, appoggio di tallone, scivolamento sulla punta e via, passo successivo: oscillazione, tallone, punta, oscillazione, tallone punta, oscillazione, tallone, punta... Senza dimenticare il movimento pendolare delle braccia: il destro andava da sé, ma il sinistro aveva bisogno di essere seguito con lo sguardo, distolto a tratti dall’osservare la deambulazione. Si sentiva profondamente triste... se Camilla lo avesse visto, dirigere quell’andatura grottesca, come fosse il burattinaio di se stesso.
Il pensiero di Camilla, se non altro, lo distolse dal considerare la sua anomala invalidità, superata di nuovo dall’avvilimento per quel rapporto interrotto. Soffriva, senza di lei. Per essere stato lasciato, per essere stato ingannato, per ritrovarsi solo. Per di più adesso, che avrebbe avuto bisogno di qualcuno che lo sostenesse...
Dopo un ragionevole tratto di allenamento, sentì che la sua andatura andava facendosi più sciolta. Imparava bene, e in fretta. Non era mai stato uno portato per l’attività sportiva, per gli esercizi di coordinazione, eppure stava fronteggiando egregiamente quella bizzarra difficoltà. La scoperta di quelle sue inattese qualità gli mise appetito, e accelerò il passo.
Arrivò a casa, infilò la mano nella tasca del soprabito, per cercare le chiavi. Non le trovava. Esplorò ancora, senza successo. Non sentiva il contatto freddo del metallo, il contorno rugoso della dentellatura, il profilo incerto della catenina portachiavi. In realtà non sentiva nulla. Estrasse la destra e la guardò: l’aspetto era quello solito. La portò alla bocca e la morse: niente. La guardò ancora: il semicerchio dell’arcata dentaria aveva lasciato un’impronta profonda sull’indice. Verso la metà, in corrispondenza del secondo incisivo, una minuscola stilla rossa si affacciava sull’epidermide. Lo sconforto prevalse sullo spavento. Si tolse il cappotto, rivoltò la saccoccia e ne fece cadere il mazzo di chiavi. Afferrò quella giusta ed aprì la porta. Non aveva più fame. Accese la luce, si osservò distendersi sul letto, poi spense l’interruttore. Che gli sarebbe successo? Gli tornavano alla mente le parole di Cavalli Palazzi: “Salvo complicazioni”. Quali? Poteva muoversi ancora guardando il suo corpo, ma se l’anestesia si fosse estesa agli organi interni? Ai polmoni? Come avrebbe potuto controllarli con gli occhi? Gli sembrò di respirare a fatica, ma era soltanto suggestione. Aveva bisogno di aiuto, di qualcuno che lo aiutasse. Soprattutto, aveva bisogno di Camilla.
Pensò a lei, ai suoi baci, ai loro momenti di intimità, a quando facevano l’amore. Non era successo spesso. Anzi era successo due sole volte. Pensò all’ultima, il ricordo era più vivido. Ebbe la prova che l’anestesia non era ancora completa, e che procedeva a partire dalla periferia, risparmiando, per il momento, le parti mediali. Accese l’abat-jour, portò entrambe le mani sui pantaloni e fece scorrere la lampo. Inserì la destra nell’apertura della stoffa e afferrò quella sua parte ancora eccitabile. Guardò la sua mano muoversi ritmicamente, le ordinò di ripetere ad libitum e chiuse gli occhi.
Si addormentò inavvertitamente, e sognò di lei. Nel sonno, le immagini avevano il sapore dolciastro del ricordo, il retrogusto amaro del rimpianto, e un sentore aromatico, piccante quasi, che lo stimolava a perseverare, a non svegliarsi.
La radio sveglia, lasciata maldestramente innescata, attaccò con il suo bip acuto alle otto e trenta e vinse i suoi disperati tentativi di resistenza.
Lorenzo rimase immobile, con gli occhi chiusi. Voleva rimandare il confronto con le sue sensazioni, che fra poco gli avrebbero comunicato inesorabilmente lo stato della sua malattia. Attese ancora qualche minuto, poi alzò la testa, sollevò le palpebre, e guardò il suo corpo allungato sul letto. Le richiuse e il corpo svanì, lasciando isole di percezione lungo l’asse centrale: l’addome, i glutei, due piccole porzioni sopra le cosce, ed un’altra fra le scapole. E il pene.
“Fino a quando?” si chiese Lorenzo, e si stupì subito dopo della sua irrazionalità.
Si alzò, impegnandosi in nuovi equilibrismi, che superò brillantemente, e andò a prepararsi la colazione. Si rammentò di quando, appena due giorni prima, gli era caduta la caffettiera: sembravano passati secoli. La sua vita era cambiata in un modo che non sarebbe stato possibile prevedere. Non c’era più nulla, ora, che fosse rimasto uguale a prima. Tranne il dolore per Camilla. Era incredibile come si sentisse oppresso dal ricordo di lei. Seguitava a sentire le parole con cui lo congedava, a vedere le sue gambe, i suoi fianchi, che si allontanavano. E quella fitta, sorda, che lo tormentava. Non aveva dunque speranza? Doveva rassegnarsi ad averla persa, così come si stava rassegnando a perdere la sensibilità? Non ricordava di essere mai stato tanto triste come in quel momento, e senza prospettive credibili di poter modificare la sua situazione. Oltre tutto, per quanto ne sapeva, avrebbe potuto anche morire, se la progressione dei sintomi non si fosse arrestata.
Passò la giornata dividendosi fra angoscia e depressione, fra la paura di una morte improvvisa e la frustrazione per la sua vita insulsa. Non mangiò nulla, non si spostò dalla sedia della cucina, seguitando a fissare la tazza del caffè, fin quando non smise di fumare, la schiuma si dissolse, e il colore passò dal nero acceso al marrone chiaro. Guardò l’orologio: erano le due del pomeriggio. Poggiò i palmi delle mani sulle cosce, per fare leva ed alzarsi e si accorse di non sentire la pressione. Guardò i gomiti, li estese e si sollevò. Andò in camera, tornò a stendersi sul letto e fece scorrere le mani dal petto verso il basso, passando sull’addome. La sensibilità era quasi scomparsa. Allarmato, portò le mani più in basso, all’inguine: nulla. Qualcosa di salato gli scivolò in bocca, senza che Lorenzo ne avesse avvertito lo scorrere sulle guance. Stava piangendo. Cercò di chiudere gli occhi ma non ci riuscì, seguitava a vedere il soffitto sopra di lui. Si guardò le mani, le avvicinò al viso, fino alle palpebre, poi le fece scivolare lungo il volto, e finalmente ottenne il soffitto scomparve. Provò con tutte le sue forze ad addormentarsi, e infine ce la fece.
Se fosse stato cosciente, avrebbe potuto vedere il suo corpo muoversi, agitarsi, come da sveglio non gli riusciva più.
Durante la notte il processo si concluse. Quando si svegliò, il mattino seguente, era consapevole solo il collo e la testa erano sotto il suo controllo propriocettivo. Poteva conoscere la posizione del capo senza necessità di guardarsi allo specchio. Anche se non poteva immaginare l’espressione della faccia. Facendo appello a tutte le sue capacità di adattamento e di apprendimento prese sotto controllo visivo tutte le sue membra, progressivamente. Si alzò dal letto e si sentì inaspettatamente pervaso da una energia positiva. Era vivo, in fin dei conti. Non poteva dire di sentirsi bene, ma certamente non stava male. Non provava dolore. Non dolore fisico, almeno. Non quel tipo di dolore. E in realtà non sentiva neanche tristezza. Non se ne spiegava la ragione, ma era così. Pensò deliberatamente a Camilla, per mettersi alla prova. Il ricordo era ancora estremamente vivido, ma non gli procurava alcuna emozione. Era tranquillo e, forse per la prima volta in vita sua, in pace con se stesso. Guardò le costole dilatarsi e richiudersi, senza bisogno del suo controllo. Dentro il suo petto, probabilmente, il cuore batteva, anche se la mano poggiata sul torace non riusciva a percepirne le contrazioni. Se si fosse guardato allo specchio avrebbe visto i lineamenti distendersi, fino ad assumere un’espressione di serena impassibilità. Si rese conto di mancare dall’ufficio già da tre giorni e decise che avrebbe dovuto sbrigarsi se non voleva far tardi al lavoro.





